UNO BIANCA: PARLA IL VEDOVO DI LICIA ANSALONI, ASSASSINATA NELL’ARMERIA DI VIA VOLTURNO.
“Chiedo giustizia per mia moglie uccisa, nell’armeria non c’era Fabio Savi ma un’altra persona” . Un esposto chiede che venga fatta completa chiarezza sulla vicenda.

“Quel giorno avrei potuto esserci io nell’armeria al posto di mia moglie”. Inizia così’ il lucido racconto di Luciano Verlicchi a laltraimola.it. “quando si dice il destino. Avrei dovuto esserci io quel 2 maggio 1991 in negozio, ma il dentista mi spostò l’appuntamento”.

Che motivi hanno spinto, secondo lei, la banda della “Uno Bianca” ad assassinare sua moglie?

Ho motivi per credere che l’assistente di mia moglie era il vero bersaglio dei due assassini. (Pietro Capolungo, anche lui ucciso, ndr)
Uno era Roberto Savi (identificato e reo confesso) e l’altro a parer mio non era Fabio Savi: dopo i primi interrogatori Fabio Savi disse che non c’era. Alla fine (febbraio 95 – Roberto Savi fa una confessione che coincide nei tempi e nei modi a come secondo me sono andate le cose) quindi a rilevamenti acustici e testimonianze. Dopo questa confessione di Roberto (95) passano alcuni giorni e lui ritratta tutto. Fabio Savi a questo punto si accolla il delitto dell’armeria. Ma non c’era lui. C’era una persona che non è mai stata indagata, forse solo sospettata. Io avevo immediatamente avuto l’idea di chi potesse essere.

Chi era a suo avviso il complice di Fabio Savi in via Volturno?

Un amico di Savi Roberto.

Come fa a dirlo?

Dalla descrizione di un nostro cliente, che fu testimone oculare. Dalla sua testimonianza capii che non si trattava di Fabio Savi. Quel nostro cliente mercoledì sera mi aveva restituito una pistola “Glock”, e voleva prendere una Smith Weston revolver, quando andammo a fare la dichiarazione di vendita aveva il porto d’armi non rinnovato, allora gli lasciai compilato il modulo e gli dissi di tornare la mattina dopo (quella della sparatoria). Lui fu testimone: si recò prima in armeria e quando è entrato nel negozio, sono arrivati questi due individui: hanno chiesto se c’era il signor Capolungo. Era uscito, mia moglie gli ha detto che era andato in posta, ma era andato al commissariato Santa Viola. Intanto che aspettano si fanno mostrare due Beretta.Il cliente nel frattempo va via (ma riesce a vederli e poi descriverli). Vengono cosi fuori due identikit che sono la fotografia. Alla sparatoria del Campo Nomadi viene fuori un altro identikit identico a quello fatto nell’armeria. Nel 1995, tre mesi dopo il suo arresto,lessi il verbale dell’interrogatorio di Roberto Savi, ma dieci giorni dopo qualcuno aveva sottratto le pagine. 

Si spieghi meglio.

I verbali di interrogatorio di Roberto Savi che lessi una settimana prima, erano stati sottratti da uno che aveva accesso a via Polese 22, dove c’era una segretaria.

Torniamo a Via Volturno. Ci fu un’altra testimone che vide.

Roberto Savi era davanti all’armeria, con un piede in mezzo alla porta: si sono guardati a un metro, lui con quella ragazza: era una studentessa universitaria che lo vide. Lei sentì i colpi, ha attraversato la strada, di fronte all’armeria ha visto qualcosa di anomalo. Questa persona l’ha visto, e ha visto un’altra persona nell’armeria che guardava per terra forse cercando i bossoli. Bossoli che non sono stati trovati, forse sono stati raccolti.

Si accorse di qualcosa di strano in armeria dopo l’omicidio?

Alcuni mesi dopo ho avuto il permesso a mettere in ordine il negozio perché dovevo fare l’inventario per cedere l’attività. Sul sangue per terra avevano steso un foglio di plastica, e sopra della segatura. Nel termosifone, trovai lo schizzo del sangue dei capelli di mia moglie. Non avevano toccato più niente.

Quanti proiettili vennero sparati?

I colpi furono quattro, due in rapida successione e due più distanziati. Uno di quelli destinati a mia moglie era andato a vuoto e fu di quello che trovai il proiettile. Quando sono andato a pulire lo scaffale, in fondo ho trovato un proiettile, deformato, ed era ancora possibile riconoscerne l’origine.

Parliamo di quei proiettili.

In quel periodo c’era solo quella marca di cartucce tedesca,la “Geco”, che produceva le 9×19 con palla piombo. Omologata in italia solo per chi possedeva revolver modello 13, per dare la possibilità di venderli, ma lo scopo principale era di poterli vendere agli agenti delle forze dell’ordine perche si potessero esercitare con le loro pistole. E’ chiaro? Potevano accorgersene prima. E infatti, una cosa curiosa: Fabio Savi, dalla mobile di Cesena, viene segnalato alla Procura di Bologna per aver comprato ingenti quantità di queste cartucce a San Marino. E ci fu un magistrato, che garantì per lui (“vanno a sparare al poligono”).

Ci furono avvenimenti strani successivi a quell’evento?

Per diverso tempo venni seguito. Poi subii uno strano furto in casa dei miei a Imola. Avevo messo i documenti sulla Uno Bianca e sulla strage di Bagnara di Romagna raccolti in una valigia tenuta nella casa dei miei genitori. Notai che mancavano tutti miei libri universitari, ma anche quelli dell’ITIS. Un centinaio di libri. Ho pensato a degli zingari, siccome li vicino c’era un campo nomadi. Scioccamente pensai, poi a un certo punto notai che la valigia era stata svuotata. La chiave nella porta posteriore non entrava più bene, erano entrati da li. 

Ci fu violenza gratuita, ingiustificata. Secondo lei c’era altro dietro la “Uno Bianca”?

Hanno avuto il compito di destabilizzare. Furono una serie di delitti con bersagli mirati, siamo poco prima di tangentopoli, dopo il crollo del muro di Berlino. 

Lei è stato Presidente dell’associazione vittime della banda della Uno Bianca.

Sono stato eletto presidente dell’associazione vittime in un ‘assemblea con piu di cento persone. Per le mie conoscenze balistiche, e tutte le cose. In quel momento ero frastornato da una serie allucinante di questioni, come il blocco dei conti correnti dopo la tragedia dell’armeria. Inizialmente non mi sentivo all’altezza, ma non riuscii a rifiutare. Io fui eletto Predidente , ma prima che rinunciassi ( era mia intenzione rinunciare ). “Qualcuno”, ancora oggi membro del direttivo, disse che non andavo bene, perché occorreva una persona con contatti politici.

Recentemente avete depositato un esposto per chiedere che venga fatta luce su eventuali complici dei fratelli Savi.

L’esposto è di due anni fa e firmato da 12 componenti. Parte dal fatto che la verità processuale – a nostro avviso – è incompleta, tralasciando cose importante, soffermandosi su cose di nessun valore. Non analizzando minimamente la possibilità che ci fossero complici e mandanti liberi. Ho fatto un interrogatorio di oltre 10 ore circa un anno fa. C’è una commissione di polizia e Carabinieri. Stanno lavorando.