C’è stato un tempo in cui il fiume Santerno non era soltanto un corso d’acqua che accarezzava placidamente Imola. C’è stato un tempo, specialmente negli anni febbrili del secondo dopoguerra, in cui il suo greto era una vera e propria miniera a cielo aperto, e le sue sponde risuonavano di un fragore incessante. Era il rumore della fatica, della ricostruzione, del futuro che prendeva forma un sasso alla volta.

Il cuore pulsante di questa rivoluzione di polvere e cemento aveva un nome preciso: la Macadora. Nata nel 1932 sulla riva sinistra del fiume, non era un semplice cantiere, ma il motore immobile di una città che aveva una fame disperata di rinascere. Da lì, partiva un piccolo trenino carico di ghiaia. Ma prima che le macchine prendessero il sopravvento, la vera spina dorsale di questo mondo brulicante era fatta di carne, sudore, legno e animali. Era il mondo dei “bruzzai”.

Se aveste passeggiato lungo il Santerno in quegli anni, li avreste visti. I bruzzai – termine schietto e dialettale per indicare i birocciai – erano figure quasi mitologiche del paesaggio fluviale. Uomini dalle mani callose, i volti segnati dal sole e dalla polvere, padroni assoluti del “biroccio”, il pesante carro a due ruote trainato dai cavalli o dai buoi. Il loro lavoro era titanico e spietato: scendere nel letto del fiume, caricare a forza di braccia tonnellate di ghiaia bagnata e pesante, e poi spronare gli animali su per le rive, per andare a distribuire quel prezioso materiale ovunque ci fosse una strada da tracciare o un palazzo da innalzare.

Erano loro a trasportare l'”oro grigio” di Imola. Una ghiaia che, come si diceva all’epoca, “era gratis”: bastava solo la forza di prenderla. E i bruzzai la prendevano, in quantità inimmaginabili, alimentando betoniere e cantieri, mentre l’acqua del fiume – resa perennemente torbida dai lavori – diventava paradossalmente un rifugio perfetto per i pesci, facendo la gioia dei pescatori locali.

Ma l’impatto di questa fame di ghiaia fu devastante per il paesaggio. Lo scavo fu così profondo, continuo e inesorabile che, col passare dei decenni, il letto del Santerno finì per abbassarsi di ben quindici metri. Il fiume stava cambiando volto, e con lui anche il mondo che lo circondava.

Nel 1933, una piccola rivoluzione silenziosa aveva iniziato a farsi strada tra i birocci: trenta pionieri del volante, i primi veri camionisti, si unirono ai bruzzai formando una cooperativa. Per anni, la lentezza ritmata degli zoccoli e il rombo dei primi motori convissero sulle stesse strade polverose. Ma il progresso, si sa, non aspetta nessuno.

Quando arrivarono i moderni autocarri e i mitici Fiat Lupetto, capaci di trasportare in un solo viaggio ciò che un biroccio faticava a muovere in un giorno intero, il destino del bruzzaio fu segnato. Lentamente, queste figure fiere e instancabili scivolarono fuori dalla storia, sostituite da uomini al volante di cabine di metallo.

La stessa Macadora, che nei primi anni ’60 lavorava ancora a ritmi serrati per dissetare l’edilizia imolese, chiuse i battenti in quell’ansa del fiume nel 1964, trasferendosi a Linaro. L’edificio sulla riva sinistra rimase abbandonato come un gigante addormentato, un fantasma di cemento, finché non venne definitivamente abbattuto.

Oggi, guardando il Santerno dalla zona del Riverside verso i pioppi, l’acqua scorre silenziosa in un letto che la natura ha ridisegnato. Dei bruzzai non c’è più traccia, se non nella memoria di chi, chiudendo gli occhi, riesce ancora a sentire lo scricchiolio delle ruote di legno sui sassi e il respiro affannoso di un’Imola che, pietra dopo pietra, si stava costruendo il proprio domani.