In questa intervista, l’ex pretore muove dure critiche alla gestione della vicenda da parte del primo cittadino, definendo il suo appello a scendere in piazza precipitoso e intempestivo. Un errore che ha esacerbato gli animi, lasciando spazio ai violenti. Roi sottolinea inoltre come la tragedia iniziale sia frutto di una drammatica carenza del sistema di assistenza psichiatrica: un’emergenza che andava gestita da medici con un TSO, non dalle forze dell’ordine.

Che idea si è fatto dei gravi fatti di Bologna, in particolare degli eventi accaduti subito dopo la morte di quella persona?

«Ritengo che il fatto sia molto grave, ma, come ha sottolineato anche il cardinale Zuppi, non andava strumentalizzato politicamente, perché non si tratta di una questione politica. È una vicenda che chiama in causa le forze dell’ordine, nel senso che i poliziotti intervenuti non erano preparati per un’operazione del genere. Un intervento simile andrebbe gestito da personale sanitario, come infermieri esperti o medici specializzati in salute mentale. Fermare una persona in quello stato di alterazione con i metodi usati dalla polizia rischia oggettivamente di provocare gravi danni fisici, come purtroppo è avvenuto. Se fossero intervenuti dei professionisti del settore, abituati a gestire questi casi, l’avrebbero immobilizzato e, con molta probabilità, gli avrebbero salvato la vita. Di conseguenza, l’appello del sindaco di Bologna a scendere in piazza mi è sembrato decisamente intempestivo.

Quanto accaduto in seguito, però, è altrettanto grave: decine di agenti sono rimasti feriti durante una manifestazione indetta di fatto dallo stesso sindaco. Sebbene lui si sia difeso parlando di “due piazze distinte” — creando non poca confusione —, le chiedo: ritiene che la responsabilità politica di queste violenze e delle auto incendiate, di cui tutti abbiamo visto le immagini, ricada su di lui?

«Assolutamente sì. Il problema principale è che il sindaco, così come purtroppo altri esponenti della politica italiana — inclusi alcuni membri del governo —, manca del senso dello Stato. E avere il senso dello Stato significa, prima di tutto, sapersi comportare come il sindaco di tutti.»

«Solo quando si sa esattamente cos’è successo si possono fare valutazioni serie ed, eventualmente, stilare un documento di condanna. Ma questo dovrebbe avvenire solo dopo che le indagini hanno ricostruito la dinamica dei fatti. Il sindaco, invece, intervenendo in modo così precipitoso, ha finito per esacerbare gli animi. E ha dato spazio ai soliti provocatori, i quali, durante le manifestazioni di piazza, anziché renderle imponenti e moralmente autorevoli, le guastano con atti di violenza.»

«Il risultato qual è? Che tutta la stampa e i notiziari si concentreranno non sui manifestanti pacifici, ma sulle frange violente. In questo modo viene completamente disatteso il fine ultimo della mobilitazione: unire le persone per chiedere che si faccia luce su un determinato evento, che alla fine potrebbe rivelarsi un atto criminoso, ma che potrebbe anche non esserlo.»

Chi ripagherà i danni subiti dai commercianti e quelli agli arredi urbani? C’è una polizza assicurativa o pagherà il sindaco? Tutto questo andava evitato: per organizzare una manifestazione con simili rischi andava richiesta un’autorizzazione formale e scritta alla Questura, non solo verbale, perché si è rischiato di avere feriti gravi o, peggio, dei morti. Lei, che si è sempre occupato di sicurezza e di ordine pubblico, come avrebbe gestito questa situazione?

«Certamente avrei stigmatizzato l’accaduto e chiesto che si facesse piena luce per ricostruire la dinamica esatta dei fatti, ascoltando tutte le fonti disponibili e non solo una parte. Che l’episodio sia grave è fuori discussione, ma le responsabilità non le decide il sindaco, bensì un giudice. Finché la magistratura non si pronuncia, un primo cittadino non deve sbilanciarsi né pro né contro: deve mantenere la massima prudenza perché, lo ripeto, è il sindaco di tutti, inclusi i poliziotti.

Pensando a Fakir, mi vengono in mente i tanti soggetti in difficoltà che avrebbero bisogno di supporto psichiatrico; una risposta che, da parte delle istituzioni, latita o arriva sempre troppo tardi. Forse mancano anche le strutture idonee per intervenire in modo efficiente e tempestivo, e in altri casi abbiamo visto queste situazioni sfociare in vere e proprie tragedie.

«È vero. In Italia siamo passati dai manicomi — che spesso comportavano l’internamento forzato anche per chi non era pericoloso — a una totale sottovalutazione del problema. Sembra si creda che, avendo chiuso i manicomi, il problema non esista più; purtroppo non è così. Le persone affette da gravi patologie psichiatriche vanno curate in modo adeguato, a volte ricorrendo anche al Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO). Tali interventi, però, devono essere tempestivi, altrimenti risultano del tutto inutili.

«Il caso di Bologna ne è l’evidente dimostrazione: quest’uomo, a quanto risulta, era stato semplicemente invitato a presentarsi di persona al centro di igiene mentale. Viste le sue condizioni, andava invece disposto un TSO immediato per affidarlo a cure mediche serie. Questa è senza dubbio una grave mancanza, che non è imputabile al sindaco, ma all’organizzazione sanitaria. Evidentemente il sistema, forse anche per mancanza di fondi, non riesce ancora a garantire a queste persone cure idonee, capaci di impedire loro di compiere gesti che possono poi trasformarsi in reati o tragedie.