Giove Amone era un antico tempio romano situato ove oggi sorge l’antica Pieve del Thò a Brisighella: il nome del corso d’acqua sembra derivi proprio dall’antico sito di età romana.
Il suo corso negli anni è stato rivoluzionato dall’intervento dell’uomo: se prima sfociava già nell’Adriatico, divenne anche affluente del Po di Primaro, per poi perdersi nelle paludi a sud del delta padano. E’ tornato a sfociare nell’Adriatico nel 1962, dopo la bonifica idraulica.
All’inizio del X secolo, il letto del Lamone nel suo tratto pianeggiante si spense, lasciando spazio ad un nuovo alveo che lambiva Russi verso Ravenna, il Lamone Teguriense. Dopo l’anno 1000 venne distolto definitivamente da Ravenna e prima di entrare in città, venne immesso all’esterno della cinta muraria e condotto verso nord per farlo sfociare nel Po di Primaro.

Un cambio radicale avvenne attorno al 1240, quando il tratto che andava da Russi fino a Ravenna fu chiuso, facendolo deviare nell’antico letto del Santerno a Bagnacavallo, lambendo Boncellino, Traversara e Villanova, ma proseguendo a nord in linea retta e sfociando in valle e colmandole nel corso dei secoli con depositi alluvionali. Dal XV secolo seguirono altri importanti interventi.

PROBLEMI:

Secolo XVIII: sfociava in mare a sud di Sant’Alberto, attraverso il passo Cortelazzo e la foce di Mele. Nonostante ciò, le piene e le rotte del fiume continuavano a rappresentare un incubo per le popolazioni circostanti. Nel tratto finale, ad est di Sant’Alberto, il fiume ruppe ventidue volte nel corso di 60 anni. Nel 1764 l’ennesima alluvione travolse Savarna e Alfonsine, sommergendole per mesi.

1839: ROTTA DELL’AMMONITE

Il 7 dicembre è una data cardine per il territorio, ad Ammonite il Lamone ruppe in piena al culmine di un periodo estremamente piovoso, rompendo l’argine per un tratto di 250 metri, allagando tutto il territorio, con una velocità di 20 mila metri cubi al minuti. L’acqua iniziò ad avvicinarsi pericolosamente verso il capoluogo, allagando centinaia di campi coltivati.

Si comprese che il solo ripristino dell’argine non sarebbe stato sufficiente a salvaguardare il territorio.

Si decise così di lasciare quello spazio ove il territorio era stato interessato dalle acque provenienti dalla rottura arginale, costruendo una cassa di colmata circondata da alcuni arginelli. Per l’epoca si trattò di un lavoro mai visto prima, che durò anni, con un argine la cui ricostruzione necessitò di più di un anno di lavoro giorno/notte. La cassa di colmava venne riempita, il livello dei terreni inondati si alzò e vennero poi bonificati a scopi igienico-sanitari (malaria) e al fine di rilanciare il futuro dell’agricoltura del sito. L’intervento creò un lago di 7500 ettari, col Lamone fattovi confluire al suo interno. Ma non solo: dal bacino artificiale le acque vennero confluite poi in mare attraverso la rete dei canali. L’intera bonificazione del Lamone venne racchiusa per 40 chilometri da un canale circondariale, con il duplice scopo di difesa ed adduzione delle acque. Nei primi vent’anni del ‘900 le acque del fiume vennero fatte spagliare nelle valli a nord di Savarna, ma ci si accorse che il Lamone scaricava nelle pialasse una quantità in eccesso di torbide, rischiando un progressivo interramento delle stesse. Venne così ripristinato l’argine originario e il fiume rientrò nell’alveo settecentesco, terminando nella pialassa Baiona. Dalla fine degli anni cinquanta venne interamente convogliato negli argini attuali e fatto sfociare nell’Adriatico tra Marina Romea e Casal Borsetti.

Mappa Vaticana (1580)

(l’antico delta nel 1500 AC!!!) )


La cassa di colmata del Lamone, realizzata nella seconda metà del XIX secolo. Si notino il vecchio tracciato del fiume (“Lamone abbandonato”) e il nuovo, che descrive una decisa piega ad Est.