C’è un luogo a Imola, adagiato ai piedi delle pendici di Monte Castellaccio, dove il tempo sembra essersi stratificato come le pagine di un antico libro di pietra. È il Parco delle Acque Minerali, un polmone verde che custodisce un segreto affascinante e intriso di memorie: la “Grotta dei Tre Moschettieri”, una piccola cavità artificiale scavata tra le pareti di roccia che rivela tutta la sua suggestione soprattutto d’inverno, quando le sue forme risaltano limpide tra i rami spogli. Venne ribattezzata anche “grotta degli scheletri” perchè, leggenda vuole che molti anni fa venne ritrovato uno scheletro umano.

L’eco di un mare antico: le Sabbie Gialle

Per comprendere la vera anima di questa grotta e del parco circostante bisogna fare un vertiginoso salto indietro nel tempo, di circa un milione di anni fa, nel Pleistocene medio. In quell’era lontana, al posto delle colline imolesi, si stendeva un’antica costa marina. L’inesorabile lavorio degli agenti atmosferici e la natura friabile dei sedimenti hanno dato vita nel corso dei secoli a nicchie, anfratti e cavità.

Quelle rocce sabbiose, note sin dall’Ottocento come “sabbie gialle” e oggi classificate geologicamente come Sabbie di Imola, spiccano per il loro colore giallo dorato. Questa particolare tonalità è dovuta alla presenza di sottili patine di ossidi di ferro che rivestono i granuli sabbiosi, nate dall’ossidazione di tracce di pirite a opera delle acque piovane che filtrano tra i pori. Un archivio naturale straordinario che, a partire dal 1840, attirò l’attenzione del grande geologo imolese Giuseppe Scarabelli, il quale iniziò a studiare e raccogliere i preziosi fossili di piante e grandi mammiferi marini e terrestri racchiusi in questa unità geologica.

Ma Monte Castellaccio non custodisce solo memorie marine. Sempre grazie alle indagini pionieristiche di Scarabelli, si è scoperto che circa tremilacinquecento anni fa, sull’altura della collina, fioriva un vivace villaggio dell’età del bronzo. Una quindicina di capanne disposte attorno a uno spiazzo comune, dove gli abitanti vivevano di agricoltura, allevamento e artigianato. Le ossa rinvenute raccontano di un paesaggio popolato non solo da buoi, maiali, pecore e cavalli, ma anche da animali selvatici oggi scomparsi da queste terre, come il lupo, l’orso, il cervo e il castoro. In quel villaggio si forgiavano armi e utensili in bronzo, si lavoravano l’osso e il corno per ricavarne punteruoli e spatole, si filava la lana con le fusaiole e si creava una grande quantità di vasellame in ceramica.

La scoperta della fonte e la nascita del mito (1830)

La svolta che lega indissolubilmente la collina alla storia del benessere imolese avviene nel 1830, quando il medico imolese Gioacchino Cerchiari scoprì alle pendici del monte alcune sorgenti d’acqua minerale sulfurea e ferruginosa.

L’acqua, risalendo dagli strati profondi della terra, sgorgava carica di ferro e zolfo, sprigionando un odore intenso e inconfondibile di uovo marcio — dovuto all’idrogeno solforato — che valse ben presto alla fonte il popolarissimo e ironico soprannome di acqua “puzzona”. Nonostante l’acre profumo, le proprietà di quell’acqua furono ritenute prodigiose per la salute, trasformando immediatamente il sito in una meta di pellegrinaggio salutistico e in un amatissimo luogo di ritrovo per i cittadini.

La valorizzazione della grotta e l’età d’oro del parco

Per imbrigliare e valorizzare quella scoperta, la grotta venne sapientemente sistemata per accogliere condotte e vasche destinate alla raccolta e al flusso dell’acqua minerale, offrendo al contempo un riparo suggestivo a quanti si recavano a bere alla fonte.

Il passo successivo definì l’aspetto definitivo dell’area: nel 1871, il Comune di Imola decise di trasformare l’intero comprensorio in un incantevole parco pubblico in stile “giardino all’inglese”, arricchito da viali ombreggiati, passeggiate e affascinanti essenze botaniche esotiche. Accanto alla grotta e alle fonti fu eretto un elegante chalet, lo Stabilimento Idroterapico, pensato per ospitare le cure idropiniche e la somministrazione delle acque, consacrando il parco come tempio cittadino della salute e del tempo libero.

Il tramonto delle fonti e la grotta oggi

Il tempo, tuttavia, muta i corsi d’acqua e la geografia delle falde. Con il passare dei decenni, la portata e la costanza delle sorgenti naturali iniziarono a ridursi. Tra il XIX e il XX secolo si tentarono diverse trivellazioni nel tentativo di intercettare nuove vene d’acqua salubre, ma il progressivo degrado idrico e l’accumulo di gas (come l’acido solfidrico) resero la fruizione sempre più complessa e non priva di rischi.

La storia millenaria della tradizione termale si concluse ufficialmente nel 1988, anno in cui le fonti d’acqua minerale furono definitivamente chiuse per ragioni sanitarie e di sicurezza.

Oggi, la “Grotta dei Tre Moschettieri” non dispensa più le loro acque curative, ma continua a vivere all’interno del percorso storico-naturalistico e geologico del parco. Resta lì, silenziosa custode di un passato fatto di antichi mari primordiali, insediamenti protostorici, medici illuminati e folle ottocentesche in cerca di benessere, ricordando a chiunque le attraversi l’anima più profonda e sorprendente di Imola.