Di energia nucleare si è tornato a parlare in particolare a seguito del rincaro energico che ha coinvolto il nostro Paese, specie dopo l’avvio del conflitto in Ucraina. L’Italia aveva dato vita a un programma nucleare tra gli anni Sessanta e Settanta, con quattro principali siti: Trino, Caorso (860 MW) , Latina (la prima ad essere costruita in Italia, era il 1963) e Garigliano (Caserta, entrata in funzione nel ’64)
Nell’alto piacentino esiste- o meglio esisteva – la più grande e moderna centrale nucleare italiana. L’impianto si trova nel comune di Caorso, in una zona golenale del Po e quindi ritenuta da Legambiente ad elevato rischio idrogeologico: vantava una potenza di 860 MW.
Si trattava di un impianto di seconda generazione: costruito negli anni settanta, entrò in servizio nell’81 e dopo soltanto sei anni venne spento, a seguito del disastro di Chernobyl e l’esito del referendum sul nucleare del 1987. Stessa cosa per gli altri siti nucleari presenti nel nostro Paese.
Sogin SPA è responsabile del decommissioning delle quattro centrali nucleari e degli impianti legati al ciclo del combustibile nucleare: Eurex di Saluggia (VC), ITREC di Rotondella (MT), Ipu e Opec a Casaccia (RM) e FN di Bosco Marengo (AL).
Si tratta dello smantellamento dei siti, avviato a seguito del decreto del Ministero nel 2000.: viene garantito il mantenimento in sicurezza delle strutture e degli impianti a tutela della popolazione e dell’ambiente. A Caorso, nel 2023, dopo più di venti anni dall’avvio della procedura, lo smantellamento della centrale aveva raggiunto il 50% .Costi su costi, senza un reale ritorno energetico.
Esiste la possibilità di riattivarle ? Sì, ci sarebbe la possibilità di far riprendere l’esercizio commerciale di alcuni dei siti presenti, ma servirebbe tempo e investimenti ingenti. Vengono infatti smantellati gli impianti, non i siti, come ammesso dall’amministratore delegato di Sogin.
SCORIE NUCLEARI
Il nucleare costa più del solare e dell’eolico, senza contare l’irrisolto problema delle scorie: In Italia i centri che ricoverano rifiuti radioattivi sono decine. Migliaia di fusti devono però essere trasferiti all’estero (esempio, in Slovacchia, Gran Bretagna, Francia). Si tratta di resine e fanghi radioattivi, che vennero prodotti nel periodo di funzionamento delle centrali. I materiali radioattivi rientrano in Italia una volta riprocessati, col volume di essi ridotto del 90%. Caorso potrebbe diventare uno dei depositi di materiale radioattivo riprocessato. Sembra però allontanarsi nel tempo, perché nessuno lo vuole, il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. La soluzione potrebbe essere quella di avere uno o più depositi gestiti da Sogin.
Sogin aveva pubblicato la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI) per la realizzazione del tanto atteso Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi. Sono 67 i luoghi con le condizioni tecniche adatte a costruirlo, individuati in sette regioni: Piemonte, Toscana, Lazio, Basilicata, Puglia, Sardegna e Sicilia. Si tratta di luoghi “potenzialmente idonei” secondo diverse classificazioni e gradi di priorità.



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