Ora la plastica riciclata la bruciamo: quella vergine costa meno…A Rimini e Cesena la plastica che mezzo milione di persone separa nel sacco giallo finisce incenerita…….(da: “Il Fatto Quotidiano”)
Rimini e Cesena la plastica che mezzo milione di persone separa nel sacco giallo finisce incenerita insieme all’indifferenziato. A scriverlo è il Fatto Quotidiano nell’edizione di oggi. I complottisti detrattori della raccolta differenziata lo sostengono da tempo, ma questa volta lo dicono i dati ufficiali, nero su bianco sono le Regioni. Alla Conferenza del settembre scorso hanno approvato all’unanimità un documento che, tradotto per chi ogni sera schiaccia il vasetto di yogurt prima di buttarlo, dice: la plastica che separate in cucina non sappiamo più dove metterla. Le situazioni più drammatiche – si legge sul Fatto – riguardano Quattro province di colore diverso, Lazio e Marche guidate dal centrodestra, Sardegna ed Emilia-Romagna dal centrosinistra. Impianti con cancelli chiusi, piazzali pieni, nuovi magazzini affittati per gestire l’emergenza. E termovalorizzatori in piena funzione.
IL DOCUMENTO UFFICIALE si ferma alle Regioni che hanno risposto, ma la mappa è più larga. In Veneto un solo centro è a servizio del bacino di Venezia aveva in pancia quasi 10mila tonnellate a fine agosto. Fuori dal censimento, a causa di un’ordinanza comunale di maggio che limita ogni giorno la raccolta degli imballaggi in plastica e nel catanese il Comune di Pedara ha sospeso il servizio. Nel Salento l’impianto di Galatone ha minacciato di respingere i camion se i ritiri promessi non fossero ripartiti. Il puzzle si compone scorrendo le ordinanze e le delibere comunali. La fotografia finale mostra un sistema al collasso.
Come ci siamo arrivati?
Guardando i numeri sbandierati dai consorzi, la raccolta corre: nel primo semestre è cresciuta del 5%, quasi un milione di tonnellate. A casa le famiglie stanno facendo i compiti. Il guaio comincia quando quel materiale deve uscire dai piazzali. Il Corepla, il Consorzio nazionale che raccoglie, ricicla e recupera gli imballaggi in plastica, passa a ritirarlo sempre più di rado, perché i riciclatori che partecipavano alle aste hanno smesso di comprare. Il motivo è semplice: il prezzo. Secondo il consorzio una tonnellata di Pet vergine (la plastica delle bottiglie, la migliore, la più riciclabile) arrivata dall’Asia o dall’Egitto costa 750 euro, la stessa tonnellata riciclata in Italia 1.200-1.300 euro. Chi produce flaconi e vaschette, scegliendo il riciclato, pagherebbe il 60% in più.
Quanto sia larga davvero la forbice il governo non lo sa. Nel quadro conoscitivo presentato al tavolo della filiera della plastica il 28 luglio il ministero dell’Ambiente, che sul consorzio ha poteri di vigilanza, ammette di non avere dati certi su prezzi e margini richiesti agli operatori e si limita a constatare che nessuno può controllare i sedici doganali non distinguono il vergine dal rigenerato, le uniche armi di difesa, le due direttive Ue a dicembre, non esistono ancora.
«Restiamo un partito di tre regioni dove le cose funzionano», dice sulla carta le quote di riciclato. E ancora: per Assorimap, l’associazione dei riciclatori, rigenerare plastica in Italia costa il triplo che in Turchia o in Cina.
E IL GOVERNO? La giunta emiliana aveva scritto al ministro già a metà giugno. Gilberto Pichetto Fratin lo scorso novembre, a Ecomondo, chiamava i rifiuti “il più grande giacimento che abbiamo”. Oggi quel giacimento sta nei piazzali, a rischio incendio (e infatti gli incendi ci sono, e preoccupano molto chi indaga), o va negli inceneritori: più di 30 che hanno risposto all’aspra non hanno più spazio.
Nel documento conoscitivo presentato a luglio il ministero elenca 26 interventi possibili, in gran parte “da valutare” o “da monitorare”. Fra questi il modello francese: da gennaio Parigi paga fino a mille euro a tonnellata a chi usa plastica riciclata col vincolo di Bruxelles. Le Regioni hanno fatto notare, con il garbo dei documenti ufficiali, che nessuna delle 26 misure obbliga il consorzio a ritirare.
Il conto, intanto, si divide in tre. Lo pagano i Comuni, che coprono gli stoccaggi d’emergenza coi fondi ordinari del servizio rifiuti. Lo pagano le aziende, che versano al Conai, il Consorzio nazionale imballaggi, un contributo più alto su ogni imballaggio in plastica, in alcune fasi un terzo in più. E lo paga lo Stato, che versa al bilancio europeo la nuova tassa sulla plastica non riciclata: 800 euro per ogni tonnellata di imballaggi. In quel conto entra anche la plastica che a Rimini e Cesena finisce nell’inceneritore.
I NUMERI
60%
IL MAGGIOR COSTO La plastica riciclata prodotta in Italia rispetto a quella vergine in arrivo da Asia ed Egitto: 1.200-1.300 euro a tonnellata contro 750.
17,5 MLN
TONNELLATE La produzione di plastica della Cina nel 2025, oltre 6 volte quella dell’intera Europa. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia dal 2019 la Cina ha creato una capacità produttiva pari a quella di Europa, Giappone e Corea del Sud messe insieme.
OGGI IL MONDO NE PRODUCE PIÙ DI QUANTA NE USI
L’ESPLOSIONE della produzione di granuli di plastica in Cina, in Egitto e anche negli Usa (il polietilene si fa con l’etano del gas di scisto, che costa pochissimo) per cui la materia vergine oggi costa così poco per l’Europa da renderla imbattibile. È la materia vergine che costa poco, non quella riciclata che costa troppo. Bisogna fare i conti con la regola dei dazi che la Usa ha aperto da tasse sul polietilene americano.
FONTE: Il Fatto Quotidiano, 5 ottobre 2026
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