Caso Pantani: la madre Tonina non si arrende. “I soldi sono la chiave e il movente: qualcuno quella mattina era con Marco”
A oltre vent’anni dalla tragica scomparsa del Pirata, avvenuta il 14 febbraio 2004 all’Hotel Le Rose di Rimini, il mistero sulla morte del campione di ciclismo continua a far discutere, mentre la terza inchiesta aperta dalla Procura di Rimini si avvia verso un nuovo capitolo di archiviazione. Nonostante la richiesta dei magistrati, i genitori di Pantani, assistiti dagli avvocati Fiorenzo e Alberto Alessi, hanno presentato formale opposizione, lasciando ora la decisione finale al gip.
Al centro della battaglia legale e mediatica c’è la ferma convinzione della madre, Tonina Belletti, la quale non ha mai smesso di lottare per dare giustizia al figlio, tenendo fede alla promessa fatta sulla sua tomba: “Continuerò a lottare per la verità”.
Il movente economico e il mistero dei contanti
Secondo Tonina Belletti, la chiave per capire cosa sia realmente accaduto quella mattina risiede nei soldi. Nell’intervista rilasciata a Il Resto del Carlino (e ripresa da Il Fatto Quotidiano), la madre del campione punta il dito contro un movente economico legato alla droga:“I soldi sono la chiave di tutto, sono il motivo per cui qualcuno, quella mattina, è andato da Marco”.
La donna sottolinea un dettaglio che ritiene cruciale: Marco aveva effettuato dei prelievi e con sé aveva parecchi contanti, circa 20mila euro o forse più, una somma considerevole che tuttavia non è mai stata ritrovata dopo la sua morte. Per la famiglia, quel denaro sparito rappresenta la prova che la stanza del ciclista sia stata violata o che la tragedia sia maturata all’interno di un contesto di estorsione o lite legata ai debiti di cocaina.
La nuova pista e le confidenze dal carcere
A riaccendere i riflettori su questa ipotesi è stata la testimonianza di un agente di polizia penitenziaria. Il poliziotto ha riferito alla famiglia Pantani la confidenza fatta da un detenuto marocchino: a quest’ultimo, Fabio Miradossa (uno dei soggetti condannati all’epoca per la dose fatale ceduta a Pantani), sarebbe stato raccontato che Marco fu aggredito in seguito a una lite per debiti di droga. Non trovando i soldi, gli aggressori — tra cui lo stesso Miradossa e altre due persone — lo avrebbero picchiato e costretto a ingerire cocaina sciolta nell’acqua.
Un racconto forte, che però finora non ha trovato i riscontri probatori necessari nelle indagini ufficiali, le quali continuano a fare riferimento unicamente al quadro tossicologico originario (il decesso causato dal mix letale di farmaci antidepressivi e cocaina).
Le zone d’ombra della stanza e la pista mafiosa
Tonina ribadisce inoltre la vulnerabilità di quel contesto: la camera in cui si trovava il campione era raggiungibile anche senza passare dall’ingresso principale dell’hotel, lasciando spazio all’ipotesi che qualcuno possa essere entrato indisturbato.
Nel frattempo, il quadro giudiziario complessivo resta estremamente complesso. Solo pochi mesi prima, nel maggio precedente, la Procura di Trento aveva chiesto l’archiviazione di un altro filone d’indagine – quello coordinato dalla Dda sul presunto complotto della camorra per fermare Pantani al Giro d’Italia del 1999 – a causa dell’assenza totale di riscontri e contributi probatori concreti.
Nonostante l’ennesimo muro istituzionale e la prospettiva di un’altra chiusura, la madre del Pirata ribadisce la propria determinazione: “Non mi rassegnerò fino a quando non sarò certa che sarà stata scritta tutta la verità”.
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