L’ombra della ghigliottina a Imola: Giustizia e rigore sotto il dominio napoleonico

Correva l’anno 1811 e l’occupazione francese aveva impresso una svolta severa e inflessibile all’amministrazione della giustizia nel territorio di Imola. In un contesto sociale profondamente segnato da tensioni economiche, miseria diffusa e dalla radicale soppressione degli enti ecclesiastici, la criminalità e la violenza urbana registravano tassi elevati. Tra i vari episodi che insanguinarono la regione, uno in particolare scosse profondamente la comunità imolese: il brutale agguato consumato nella notte tra il 12 e il 13 giugno 1811 nella quiete della frazione di Linaro, all’interno della casa di Natale Carrà. Tre uomini senza scrupoli, Giulio Gadoni, Sebastiano Cenni (detto “Fornasacca” o “Bastianazzo”) e Gaetano Capellari, avevano fatto irruzione con violenza e scaltrezza, spezzando la vita del padrone di casa, ferendo gravemente la moglie Giovanna Marocci e depredando l’abitazione di denaro e beni preziosi.

La risposta del sistema giudiziario napoleonico fu spietata ed esemplare. Riunita il 16 aprile 1812 a Bologna, la Corte Speciale Straordinaria, presieduta da Giovanni Predieri e con il pubblico ministero Carlo Bortrigari, condannò all’unanimità i tre imputati alla pena capitale mediante l’uso della ghigliottina, applicando alla lettera il rigoroso decreto del 30 dicembre 1811 contro i furti aggravati da scasso, violenza notturna e pluralità di correi.

I giorni che precedettero l’esecuzione furono scanditi da una macchina organizzativa meticolosa e imponente. Il commissario di polizia Zappi e le autorità civili e militari blindarono ogni accesso alla città per mantenere l’ordine pubblico. Alle nove di sera del giorno precedente, i tre condannati fecero il loro ingresso nelle carceri di Imola, dove ad attenderli c’erano gli assistenti spirituali: un gruppo di sacerdoti di spicco del clero locale — tra cui don Francesco Faglia (rettore di S. Agata), don Domenico Bertucci (priore di S. Nicolò), don Giuseppe Zanini (lettore di Teologia morale in seminario), don Omobono Cerchiari, don Piergrisologo Manaresi e don Francesco Collini — incaricati di vegliare sulle loro ultime ore di vita.

La mattina del 18 aprile 1812, il cuore di Imola si trasformò in un teatro di rigore e giustizia inflessibile. Il luogo prescelto per l’esecuzione fu Piazza San Domenico, dove era stata eretta la ghigliottina, trasportata in pezzi da Bologna. La sicurezza fu affidata a un imponente dispiegamento di forze: la Reale Gendarmeria, la Guardia Nazionale di Bologna e di Imola, la polizia e gli informatori dell’Annona, mobilitati per sorvegliare la folla numerosa ma disciplinata. Un dettaglio singolare tramandato dalle cronache evidenzia che, poiché i condannati avevano accolto la lettura della sentenza con totale rassegnazione e tranquillità, fu deciso di non suonare il rullo dei tamburi durante il trasferimento dal carcere al patibolo, per evitare una spettacolarizzazione inutile e crudele.

Alle undici in punto, sotto lo sguardo attonito e silenzioso dei presenti, la lama della ghigliottina calò, eseguendo la condanna. Spento il clamore della folla, mentre la macchina della giustizia smontava il patibolo e ripuliva accuratamente la piazza, si aprì il triste epilogo burocratico: le autorità locali si scontrarono nelle settimane successive per il pagamento delle spese di sepoltura nella fossa comune e dei conti lasciati in sospeso da quella complessa e drammatica macchina di morte. Da:(“Pagine di Vita e Storia Imolese”)