Le infezioni correlate all’assistenza (ICA) e l’antimicrobico-resistenza (AMR) rappresentano una delle minacce più gravi, e spesso silenziose, per la salute pubblica globale e nazionale. I dati più recenti diffusi a livello europeo tracciano un divario profondo e preoccupante: l’Italia continua a registrare tassi di infezioni e resistenze batteriche nettamente superiori alla media dell’Unione Europea, pagando un tributo altissimo in termini di vite umane e di sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale.

Il confronto Italia-Europa: una forbice che si allarga

Analizzando i dati resi noti dall’Ecdc (Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie), la situazione italiana mostra criticità marcate rispetto al contesto comunitario:

 Prevalenza delle infezioni negli ospedali per acuti: In Italia il tasso si attesta al 6,8%, un valore sensibilmente superiore alla mediana registrata nell’Unione Europea, ferma al 5,1%.

 Antibiotico-resistenza (AMR): Il divario diventa ancora più evidente quando si guarda all’indice composito di resistenza ai farmaci. Nel nostro Paese la percentuale tocca il 21,8%, a fronte del 15,4% calcolato come media europea.

Questo significa che i reparti ospedalieri italiani affrontano non solo un numero maggiore di contrattempi infettivi, ma anche patogeni molto più difficili da eradicare a causa dell’abuso o del cattivo uso degli antibiotici.

Una strage silenziosa: l’impatto clinico ed economico nel nostro Paese

Dietro alle percentuali si cela un bilancio drammatico. Secondo le stime della Coalizione CARe e dell’ARIS (Associazione Religiosa Istituti Socio-Sanitari), ogni anno in Italia si registrano tra i 400mila e i 640mila casi di infezioni ospedaliere.

Ciò si traduce in:

 Fino a 20.000 decessi l’anno (stimati in una forchetta compresa tra gli 8.000 e gli 11.000 nei dati più restrittivi legati specificamente ai batteri resistenti), una quota considerevole dei quali viene considerata evitabile.

 Un costo economico colossale per il Servizio Sanitario Nazionale, valutato tra 1,5 e 2,4 miliardi di euro all’anno.

 Un sovraccarico dei reparti, quantificato in circa 4.600 giornate di degenza aggiuntive ogni 100.000 abitanti all’anno.

Le contromisure: piani d’azione, diagnostica rapida e nuove reti

Per invertire la rotta, il tema è entrato con forza nell’agenda politico-sanitaria e al centro del confronto tra società scientifiche (come SIMIT, AMCLI, SIGOT, SIMAST, SIMG e SItI) e istituzioni.

Tra le soluzioni al vaglio figurano il rafforzamento dei piani nazionali basati su tre pilastri:

1. Diagnostica rapida: fondamentale per individuare tempestivamente il patogeno e mirare la terapia.

2. Uso di nuove molecole antimicrobiche.

3. Programmi di stewardship e controllo delle infezioni (sostenuti da iniziative cliniche come i programmi Resistimit e Insieme), mirati a migliorare l’appropriatezza prescrittiva e la sicurezza dei percorsi assistenziali nei reparti.

La recente nascita di strumenti di monitoraggio civico e istituzionale, come l’Osservatorio ICA Italia, punta a mantenere alta l’attenzione pubblica. Tuttavia, per colmare il divario con l’Europa e proteggere i pazienti più fragili, occorrerà agire in modo strutturale sulla gestione igienico-sanitaria e sulla prevenzione attiva all’interno di tutte le strutture ospedaliere del Paese.