Lettere alla redazione:
Quando il manicomio dell’Osservanza fu definitivamente chiuso, nel dicembre del 1996, fu sparso nell’area il sale come gesto propiziatorio: mai più risorga qui o altrove un manicomio.
Quindi è giusto riqualificare l’area inducendovi usi vocati alla gioia, al gioco, allo svago, alla salute, alla libertà delle persone, al loro incontro.
C’è il parco giochi per i bimbi con il chiosco di ristoro, si fa sport nel parco, si tengono concerti e spettacoli teatrali, si organizzano conferenze ed è stato meritoriamente aperto lo spazio museale del LIMI.
Ma tutta la leggerezza della vita nuova non può ignorare mai perché quel luogo fu costruito né tutto il tragico dolore che ha custodito per un secolo abbondante.
Un dolore che, se siamo umani in ascolto della nostra e altrui umanità, va ricordato e rispettato, proprio perché non si ripeta e riproduca.
L’Osservanza perciò non è un luogo qualsiasi, va avvicinato con delicatezza e vissuto, usato con cognizione di causa.
Disneyland e i Luna Park possono e debbono essere impiantati altrove.
“Monsterland in Town”, l’evento che è previsto si svolga in un padiglione non ancora riqualificato dell’Osservanza per Halloween, mi pare un progetto offensivo perché promette un divertimento per tutte le età proponendo l’immersione in un finto orrore allo scopo di consumare scariche di adrenalina in spazi che sono stati abitati dal vero orrore facendo dello spirito del dolore li consumato e dell’evocazione degli spettri dei degenti l’ingrediente aggiuntivo attrattivo dell’esperienza adrenalinico consumistica.
Si può ridere sulla follia e della follia, ma non lo si può fare in qualsiasi modo. Perché quel ridere, per non risultare offensivo e crudele verso la sofferenza del “malato mentale” o presunto tale, è massimamente difficile da creare dovendosi muovere su un limite estremo e studiatissimo della teatralità. Un limite che per essere praticato necessita di una profonda e non comune sensibilità artistica e che perciò è incompatibile con un superficiale consumo di paure indotte fittizie.
Io non so come i 25 attori annunciati si siano preparati, quanti sopralluoghi abbiano fatto, come abbiano letto e riletto gli spazi nei quali opereranno.
So che le compagnie teatrali che in passato hanno tenuto laboratori o spettacoli teatrali negli spazi dell’Osservanza hanno fatto percorsi non semplici di studio dei luoghi e di chi li aveva vissuti per far sì che la drammaturgia, qualunque essa fosse, risultasse compatibile con la memoria del luogo e dei suoi dolori.
“Monsterland in Town” non è uno spettacolo teatrale, ma un evento, etimologicamente qualcosa che si compie, che vien fuori. Per sua natura istantaneo e occasionale. Da qui il suo carattere consumistico quando esso vien pianificato e non giunge inaspettato.
Non ha una dimensione, né un proposito artistico: quello che dalla rappresentazione del reale o della fantasia induce alla emozione e al pensiero che “trasforma” e aiuta a leggere il mondo.
Per cui mentre l’arte e il teatro rappresentando il reale lo trasformano in una esperienza di verità, di riflessione, di empatia, l’evento rende finto il reale anche se l’esperienza è vera.
Tuttavia l’evento sottende e promuove un immaginario.
E l’immaginario produce senso e trasmette cultura.
Per come è presentato e pubblicizzato sembra un immaginario che inchioda la follia agli stereotipi che sorreggevano l’ideologia manicomiale: i “delinquenti nati” di Lombroso da tenere ben rinchiusi perché non agiscano da serial killer, i divergenti fuori di testa, magari genialoidi, ma incontrollabili, le streghe, i visionari, gli ossessivi, i maniaci. Categorie da incontrare e “consumare” con il brivido.
E che conferma i pregiudizi verso le diversità.
Ma in quelle stanze non c’erano categorie, ma persone sofferenti, ciascheduna con la propria singolarità e unicità.
Il processo di chiusura dei manicomi le ha tolte dalle categorie cliniche o sociali per restituire loro la dignità di persone.
In questo senso “Monsterland in Town” appare uno svago che riapre virtualmente il manicomio.
Si può fare un “Rocky Horror Show” sulla follia, ma se lo si ambienta in un padiglione dell’ex manicomio la drammaturgia della “festa” non può essere la “discesa nell’orrore” per incontrare le “anime prave” dell’Inferno dantesco perché quelle anime non erano prave e ritenerle tali, anche se per uno scherzoso divertimento, le condanna di nuovo, a posteriori, al dolore, alla sofferenza, alla segregazione vissuta in quelle stanze.
Un incontro con gli spettri, peraltro, del tutto fasullo perché non fa scaturire quel contatto reale, concreto o emotivo che sia, con l’orrore che l’esperienza dovrebbe contenere.
Si resta sul bordo e ci si ritrae come un bambino che guarda l’onda, le va incontro e poi quando l’onda sta per bagnarlo corre all’indietro.
Progettare attività artistiche, culturali, ludiche all’Osservanza richiede sensibilità verso la sua storia, una storia che va conosciuta per lo spessore che ha, evitando di banalizzarla.
Certo che l’Osservanza non deve tornare ad essere un luogo tetro e neanche troppo serioso.
Ma la rinnovata vitalità che li si vuol giustamente portare deve ponderare linguaggio, contenuti e comportamenti perché non si offenda la memoria delle persone che li hanno consumato la vita in solitudine e dolore.
Si faccia il contrario: quelle persone si facciano rivivere come compagne di viaggio liberandole finalmente dall’orrore che hanno vissuto. (Antonio Gioiellieri)
”Monsterland all'ex manicomio dell’Osservanza è un progetto offensivo”
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