Sul sito laltraimola.it viene dedicato molto spazio alla memoria storica della città e al rapporto degli imolesi con il loro fiume.
Fino a 30-40 anni fa, i tratti cittadini del fiume (in particolare la zona adiacente alla Curva Tosa dell’Autodromo) erano popolatissimi di appassionati. Era un punto di ritrovo fisso dove si pescavano in abbondanza specie autoctone come cavedani, barbi, carpe, tinche e alborelle. E’ stata l’epoca d’oro.
Negli ultimi vent’anni, l’ecosistema del Santerno ha subito un colpo durissimo a causa dell’arrivo del pesce siluro. Questo grande predatore alloctono ha decimato gran parte del pesce bianco tradizionale, spingendo molti vecchi pescatori ad abbandonare la pesca “a passata”. Oggi il fiume a Imola è frequentato perlopiù da chi pratica il carp fishing (nel 2021 è stata pescata una carpa record di 23 kg proprio in queste acque) o da chi pesca miratamente i siluri.
La classica pesca “a passata” col galleggiante o la pesca con le reti a “bilancia” (una volta comunissime e visibili lungo le sponde) hanno ceduto il passo a tecniche selettive come il carp fishing o lo spinning pesante per i grandi predatori. Il fiume non è più la dispensa della città, dal momento che il pesce del Santerno (cavedani, lasche, anguille, barbi) prima del boom economico finiva regolarmente sulle tavole degli imolesi. ma un campo di prova per pescatori dotati di attrezzature hi-tech, che si confrontano con un ecosistema profondamente segnato dall’impronta umana.
Nei periodi di secca estiva, i ragazzi imolesi si tuffavano nelle pozze rimaste isolate per catturare i pesci intrappolati a mani nude, una pratica tanto divertente quanto utile. C’era anche la canna di bambù, era lo strumento classico del dopolavoro. Si pescava con esche povere e facilmente reperibili in loco, come lombrichi, larve o semplici impasti di pane e formaggio.
Le testimonianze, come i ricordi di Luigi Mongardi pubblicati sul sito, descrivono un fiume che era un luogo eccellente per nuotare (la famosa “Santerno Beach”) ma, per gran parte del secolo scorso, la passione più grande degli imolesi è stata proprio la pesca. Si pescava tantissimo, partendo dalla zona delle “lastre” fino ad arrivare al ponte della via Emilia. Le acque pullulavano di ogni tipo di pesce autoctono, in particolare anguille, barbi e cavedani.
Sebbene la passione collettiva per le sponde sia continuata fino agli anni ’80, nelle memorie riportate dal sito si indica il 1963 come un anno di svolta negativo. Secondo i racconti, si pescò in modo idilliaco fino a quell’anno, dopodiché l’arrivo dei primi scarichi inquinanti pesanti iniziò a causare delle vere e proprie “stragi di pesci”.Il boom economico e la diffusione delle automobili hanno spostato l’interesse verso la Riviera Romagnola o verso i laghetti privati per la pesca sportiva.
Il sito riporta alla luce figure caratteristiche che popolavano le sponde. Viene citato un pescatore noto in città con il soprannome di “E Ghì”: era un pescatore specializzato in carpe che aveva un suo rito precisissimo. Arrivava ogni giorno puntualmente alle 14:00, piazzando il suo inseparabile seggiolino sulle rive del fiume. Un’altra figura leggendaria imolese raccontata da laltraimola.it è Mez (definito “storia di un uomo libero”), che d’estate era solito fare il bagno nel Santerno utilizzando in modo eccentrico proprio una rete da pesca al posto del costume.
Tra gli aneddoti più particolari emerge che i vecchi imolesi non si fermavano nemmeno di fronte alle piene. Si pescava infatti anche “con la fiumana” (ovvero con l’acqua alta e torbida), utilizzando esche decisamente casalinghe e povere, come la “canna con la budella di pollo”.
la pesca sul Santerno rappresenta soprattutto il simbolo di un’epoca perduta (la cosiddetta “Santerno Beach”), un periodo spensierato in cui le rive del fiume rappresentavano le “vacanze a chilometro zero” per le famiglie imolesi, prima che l’inquinamento industriale degli anni ’60 alterasse definitivamente questo delicato ecosistema.
Oggi, sebbene il Santerno veda un timido ritorno della pesca sportiva e agonistica in zone specifiche e riqualificate (come a Borgo Tossignano), la figura del pescatore cittadino che scende l’argine imolese al tramonto rimane un pittoresco frammento di storia locale.
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