Un’importante e attesa sentenza scuote il mondo dell’istruzione e riaccende i riflettori sull’urgenza di contrastare il bullismo. La vicenda si è svolta in una scuola imolese e in queste ore in città non si parla d’altro: Il Ministero dell’istruzione è stato condannato in tribunale a risarcire i danni morali e materiali per non aver tutelato un proprio alunno, affetto da una grave patologia cardiaca, che è stato ripetutamente vittima di vessazioni e angherie da parte di un compagno.
La gravità della vicenda e la portata della decisione dei giudici hanno rapidamente superato i confini locali, suscitando un’ondata di solidarietà e profonda indignazione in tutta Italia. La notizia è comparsa in queste ore sulle pagine di alcune testate giornalistiche nazionali e ne ha parlato ampiamente anche il TG5 nell’edizione di ieri sera, ricostruendo il calvario della famiglia e la lunga battaglia legale.
“Mille storie di ordinaria violenza, piccolissime storie che la giustizia pesa per quel che valgono. Sette anni per avere ragione del bullo perché erano ‘solo dispetti’…”. Con queste parole il telegiornale ha introdotto il caso di Imola, evidenziando una drammatica realtà troppo a lungo sottovalutata.
Il fulcro del dramma emerge chiaramente dalle parole della madre, che ricorda la sofferenza del figlio: “Negli occhi di mio figlio io in quel periodo vedevo tanta sofferenza, tanto disagio. Un figlio fragile di cuore, cardiopatico, che la scuola avrebbe dovuto proteggere. A 6 anni è diventato il bersaglio di un compagno di classe che lo avrebbe terrorizzato per tutte le elementari”.
Di fronte alle continue violenze, i genitori avevano cercato ripetutamente l’aiuto dell’istituto, scontrandosi però con l’inerzia del personale: “Io ero già andata sia dai maestri parecchie volte e anche dalla preside. Noi come genitori non sapevamo più cosa fare perché non si interveniva in nessun modo e quindi ci siamo rivolti alla Polizia. Mio figlio non voleva cambiare scuola e quindi noi abbiamo lottato finché potevamo”. Se per il tribunale di primo grado si era trattato “solo di dispetti”, dopo sette anni di dure battaglie legali la Corte d’Appello di Bologna ha infine ribaltato la sentenza.
Il Ministero dell’Istruzione è stato così condannato a risarcire la famiglia con 7.000 euro per non aver protetto il bambino. Il servizio si conclude ricordando il principio giuridico fondamentale alla base del verdetto: “La scuola è responsabile per i fatti causati da altri, e soprattutto dai bambini, ad altri bambini che sono sotto la loro vigilanza, sotto la loro custodia…
Una sentenza che fa giurisprudenza
Il verdetto della Corte d’Appello di Bologna rappresenta un precedente di straordinaria rilevanza. Non si tratta soltanto di una vittoria legale ed economica per la madre, che ha lottato strenuamente per sette lunghi anni, ma di un monito severo rivolto a tutto il sistema scolastico italiano.
I giudici hanno infatti ribadito che il dovere di vigilanza degli insegnanti e dei dirigenti va ben oltre la semplice attività didattica: la scuola ha l’obbligo giuridico di garantire la sicurezza e il benessere psicofisico degli studenti, specialmente se in condizioni di forte fragilità sanitaria. Voltarsi dall’altra parte o liquidare sistematicamente le violenze tra i banchi come “semplici bisticci tra bambini” non è più tollerabile e comporta precise e severe responsabilità dinanzi alla legge.
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