il nemico dei manicomi

Collega di Basaglia, nel 68 era finito sotto processo per aver osato liberare i “matti”

psichiatria scomodo – battaglia contro l’elettroshock “una barbaria

Fu autore, nel ’70, di “Contro la psichiatria”

Il 2 settembre del 1968 a Cividale il suo reparto fu sgomberato da un’intera colonna motorizzata di carabinieri e polizia. Mai accaduto prima. Gran parte della popolazione però scese in piazza per protesta. Tutte le accuse contro Cotti caddero, ma al processo si ricorse all’amnistia pur di non assolverlo. Prima dei manganelli, il linciaggio di massmedia. Fra le sue colpe (citazioni d’epoca): “Non si fa chiamare signor primario… Mangia a tavola con i matti… Non porta il camice… Legge ‘L’Avanti!’ e persino ‘L’unità’ … Permette che le assistenti sociali indossino la minigonna”.

Nel maggio ’73 arrivò a Imola – si mise in aspettativa (per poi dimettersi da dipendente provinciale di Bologna il 9 novembre 1974) e accettò l’incarico di direttore dell’Ospedale psichiatrico Santa Maria della Scaletta (detto dell’Osservanza) di Imola, allora gestito da un’opera pia, con l’intento di avviare un processo di de-istituzionalizzazione che arrivasse alla chiusura del manicomio stesso, in anticipo sulla futura legge 180 che verrà approvata nel 1978) – riuscì a spalancare le porte dell’Osservanza per una breve stagione di libertà: caddero muri (fisici e mentali), portò la città lì dentro (persino a sentire Nilla Pizzi) a vedere chi fossero quei “malati di niente”.

Negli ospedali, incontravo soprattutto la paura. Reparti con sbarre e metà dei pazienti legati. Per paura venivano portati al bagno ogni 20-30 giorni; per paura non esistevano armadi, comodini, sedie e veniva fornito loro solo un cucchiaio. E siccome a ogni azione corrisponde una reazione, cosa potevano provare i degenti se non sgomento e terrore, costretti com’erano a subire inutili misure oppressive?” (Dott.Edelweiss Cotti)

Negli anni novanta, nel periodo della chiusura definitiva dei manicomi disse : “Il grave è che in Italia nonostante la chiusura, peraltro incompleta, dei manicomi, si continua ad appiccicare alle persone l’etichetta di malato mentale”.

Quando arrivai vi erano rinchiuse 1.200 persone, prima della legge 180, in cinque anni, ne dimisi 500. Iniziammo una piccola rivoluzione aprendo le porte, togliendo le inferriate, i muri e i legacci di contenzione. Lo stesso Valerio, dal quale ha preso il nome il progetto di superamento dell’ospedale psichiatrico, non era più legato al letto da un paio d’anni. Purtroppo dopo il mio pensionamento, nel periodo di interregno prima della direzione Venturini, alcuni medici di fissarlo nuovamente”.

Negli ultimi dodici anni di vita Cotti continuò a occuparsi di psichiatria e di formazione del personale specializzato, in particolare impegnandosi nella supervisione di alcuni gruppi dell’Opera Padre Marella e dell’Anffas (Associazione nazionale famiglie di persone con disabilità Intellettiva e/o relazionale).
Poco prima di morire cercò di realizzare un centro di ascolto sul disagio psichico in collaborazione con la Confederazione italiana sindacati lavoratori (Cisl) di Bologna e con alcuni infermieri che avevano lavorato con lui in passato, ma il 23 luglio 1998 morì improvvisamente.

Disse a Sabato Sera: “La legge 180, benchè valida, conteneva alcune norme che, giustamente, indebolivano il potere del direttore dell’ospedale psichiatrico. Di questo approfittarono quelli che mi avversavano dentro e fuori l’Osservanza. Gli ultimi due anni subii anche due denunce. Una proprio a seguito di una protesta dei medici per una presunta non idoneità dei reparti e delle cucine. Un’altra per il decesso per soffocamento da cibo di un paziente. Entrambe si risolsero a mio favore, ma ormai ero stanco. Nel 1986 chiesi il pensionamento e mmi dedicai alla prefessine privata ambulatoriale”.