Condannata a un anno e nove mesi, con pena sospesa, per un furto di cappelletti e altri alimenti dalla casa della cognata. Il valore della refurtiva è stato calcolato in 5 mila euro.

Ha destato scalpore in Regione, la notizia del furto di cappelletti “in famiglia”. Come scrive la Gazzetta di Reggio, la sentenza è stata emessa venerdì in tribunale a Reggio Emilia dal giudice monocratico Michela Caputo, che ha applicato un’ulteriore attenuante oltre a quella delle generiche proposte dall’accusa, che aveva chiesto una condanna a 2 anni e 8 mesi.

L’episodio decisivo risale all’11 luglio 2020, ma la vicenda era cominciata ben prima. Tutto ha avuto inizio dopo la morte dell’anziana madre, quando la figlia 65enne si è insospettita notando la sparizione di diversi beni dalla sua seconda casa a Carpineti. Come spiegato in aula dalla derubata, all’appello mancavano oggetti di valore materiale e affettivo: biancheria ricamata a mano, un servizio di piatti dell’Ottocento, cuscini, un anello con un diamante e una catenina d’oro. A causa del lockdown per il Covid, la proprietaria si recava raramente in quell’abitazione, che si trova vicina a quella in cui viveva il fratello con la moglie.

Per venire a capo della situazione, il figlio della 65enne si è offerto di installare delle telecamere interne. Si è arrivati così all’11 luglio e al filmato (consegnato ai carabinieri e finito agli atti) che ha incastrato la ladra.

«Ero in auto quando mio figlio mi ha mandato sul cellulare il video delle telecamere – ha raccontato la 65enne alla Gazzetta di Reggio –. Si vedeva entrare una persona con i guanti in lattice e una borsa vuota: andava accanto al frigorifero, si guardava intorno e, con la sporta piena, richiudeva la porta a chiave. Era mia cognata. Non ci potevo credere».

Secondo l’accusa, la 61enne si sarebbe introdotta nell’abitazione duplicando le chiavi di nascosto, visto che nessuno gliele aveva mai consegnate.

In aula la condannata, difesa dall’avvocato Marco Ferraresi di Modena, ha assistito alla lettura del verdetto, che l’ha condannata anche al pagamento delle spese processuali sostenute dalla cognata costituitasi parte civile tramite l’avvocato Tommaso Barbieri ( si tratta di 7.800 euro, più di quanto sottratto, mentre per un eventuale risarcimento si dovrà andare al civile. «Siamo molto soddisfatti dell’esito – ha dichiarato l’avvocato Barbieri – È una vicenda che avremmo preferito risolvere senza andare in tribunale, ma dopo quasi sei anni di iter giudiziario abbiamo avuto la soddisfazione di veder riconosciuto un principio: i parenti non possono andare a “servirsi” dentro casa dei congiunti».