Sotto i portici” da Ci andiamo Dietro

Affacciato sulla piazza, sede della vita amministrativa e del confronto politico che la nutre, il Palazzo comunale è lo stesso eretto su un sito due-trecentesco e ristrutturato nella seconda metà del Settecento, con la rinascita urbanistica locale, guidata dagli architetti Alfonso Torreggiani e Cosimo Morelli. Passata allo Stato della Chiesa, nella Legazione di Ravenna, la città vive un altro dei suoi periodi d’oro. Soprattutto Morelli le dà una forte impronta classicista: sono sue anche la cattedrale di San Cassiano e la chiesa di Santa Maria in Regola, e sua, nel contado, la mappa di borgo ideale di Sasso Morelli, che ancor oggi illustra come allora saldasse nel suo arioso ordito il palazzo padronale alle altre aree. Al Regno di Sardegna (poi d’Italia), Imola passa nel 1859, per plebiscito. L’annessione ne recide le secolari radici papaline.

“Piazza Affari” da “Ci Andiamo Dietro”

Le due parole evocano oggi le moderne centrali del denaro, tutte tecnologia e operazioni telematiche in tempo reale, ma che il luogo centrale della comunità sia deputato alle trattative, ai commerci, alle compravendite soprattutto immobiliari è noto dalla notte dei tempi. I sensali di piazza, mediatori, o chiamateli come altro volete, meglio se usando il dialetto, presidiavano i portici intorno alla piazza, nei giorni e nelle ore propizie: quelli di mercato erano più affollati, e pure questa è resistente memoria di civiltà contadine che in centro arrivavano quando c’era certezza di ciò che vi avrebbero trovato e che non sarebbe stato uno spreco lasciare per qualche ora il doveroso lavoro dei campi.

IL CENTRO STORICO, TRA PASSATO E PRESENTE


I portici venivano “sorvegliati” in particolare dagli inconfondibili humarells. I vìc. I “pensiunè”. Davanti al Bar Bologna o seduti ai tavolini di Zanarini, si discuteva di tutto. Dal pallone alla politica. Il vociare si poteva sentire a centinaia di metri di distanza. Specialmente nei giorni di mercato, per i sensali era sinonimo di grandi affari, per gli anziani l’occasione di incontrare vecchi amici. Si discuteva così delle rispettive esistenze e della situazione cittadina attuale. E la sera si andava in osteria.

Dal mitico Pippo della “Culazòna” di Via Fratelli Bandiera all’Osteria Centrale (al suo posto arrivò l’Emporio 51 e ci fu anche un raccolta firme per opporsi alla chiusura) fino a quella De Vultòn di Vicolo Troni. E poi c’erano i “Tre Scalè” di Piazza Codronchi, esistente ancora oggi. In questi ritrovi si potevano incontrare i personaggi più disparati. Macchiette, veri animatori delle serate imolesi. Tra i personaggi che frequentavano – e si scoprì più tardi che avrebbero “raccontato” – vi era anche un distinto quanto silenzioso impiegato di banca. Se ne stava in un angolino, col suo “bianchetto”. Impugnava una matita e “raccontava” così conviviali serate che si svolgevano tra quei tavoli. Si trattava di Celso Anderlini. Capace di dare una caratteristica e molto suggestiva rappresentazione dei “tipi” che le animavano.

Nel bar e nelle osterie si mangiava e soprattutto si beveva. E quando si alzava troppo il gomito le discussioni politiche rischiavano di animarsi troppo. Ancora fino a pochi anni fa, nel bar, per un anziano parlare con un giovane poteva trasformarsi nell’occasione di rievocare antichi quanto dolorosi ricordi della guerra. E inevitabilmente arrivava la commozione.

LA CRISI DEL CENTRO STORICO

Il problema dello spopolamento e del calo degli acquisti in centro storico a Imola emerse fin dalla fine degli anni ’70 con la Giunta Solaroli quando avvennero le prime, tiepide proteste dei commercianti e associazioni di categoria come mostra l’articolo in copertina de La Voce del 1978. L’allora Sindaco Solaroli varò un piano di riqualificazione del centro, anche se verso la fine degli anni ’80 la tendenza non riuscì a invertirsi con lo sviluppo delle periferie (Pedagna e Zolino) dotate di tutti i servizi e negozi.
Attorno al 1989 il centro iniziò a scivolare in un limbo sospeso di precarietà anche per via dello stallo della situazione legata al monumento ai Caduti, con diversi interventi rimandati in nome di un riassetto radicale della piazza. Ma anche il venire meno di quelle abitudini di un tempo, come il ritrovo sotto l’orologio, di sensali e di acquirenti interessati a terreni o bestiame. Il cambio delle abitudini e della società, si è riflesso inevitabilmente anche sul nostro centro storico.
Verso l’inizio degli anni duemila emergevano altri importanti campanelli d’allarme legati alla concorrenza di quattro ipermercati, agevolati da maggior facilità di accesso per auto e strade. E quindi, la difficoltà di accedere al centro storico, non era e non deve oggi essere un ostacolo. Seguirono le liberazioni selvagge degli anni novanta, poi le soste a pagamento a dare il colpo di grazia nel disincentivare le persone a popolare il centro.