Il libro di Fabiano Fontanelli, amico e gregario storico del Pirata.“Trentasette volte Fontanelli” (Bacchilega editore) scritto con Normanno Bartoli.
Fabiano Fontanelli ha una memoria infinita e nelle pagine del libro, che contiene più di cento fotografie, ritorna con la mente ai tanti aneddoti che hanno caratterizzato la sua vita in bicicletta, iniziata da ragazzino a Solarolo, un piccolo paese della Romagna, dove il ciclismo era lo sport di casa, avendo dato i natali a campioni come “Pipaza” Minardi e Davide Cassani.

Affascinato dai racconti dei più grandi, che ascoltava al bar del paese, Fabiano si è appassionato al ciclismo, ha provato a salire in sella e non ne è più sceso. Prima come atleta poco più che bambino, poi sempre più in alto fino a diventare un ciclista professionista, vittorioso ben trentasette volte in carriera, una carriera vissuta a fianco di grandi campioni, come Bugno, Bartoli e Pantani. Fabiano nel libro ricorda esperienze, particolari e curiosità che ha vissuto nel mondo delle due ruote, da giovane, da corridore “vero” e da direttore sportivo, quelle storie che non si leggono sui giornali, ma che fanno capire com’è la vita di un corridore. Un corridore come lui, che dopo la carriera ha dovuto scalare salite ben più dure di quelle affrontate al Giro e al Tour, la più ostica delle quali si chiama morbo di Parkinson. Fabiano ha voluto fortemente questo libro, non per raccontare la sua esperienza da corridore, esperienza che in ogni caso è stata una parte importante della sua vita, ma per sensibilizzare e convincere quelli che, come lui, hanno incontrato il “signor Parkinson”, a non mollare, testimoniando che si può continuare a pedalare, perché pedalare aiuta a superare i momenti difficili, pedalare ti fa uscire di casa, pedalare ti tiene vivo. La frase finale del libro è significativa: “La sfida fra me e il Parkinson continua, a suon di pedalate”.

INTERVISTA DI LALTRAIMOLA.IT A FABIANO FONTANELLI

Qualche anno fa si è sottoposto alla DBS, un trattamento chirurgico volto a ridurre i sintomi motori debilitanti. Fabiano, le ha dato beneficio?
” L’intervento è andato bene, abbiamo ottenuto ciò che volevamo.Mi è stato inserito un pacemaker cerebrale .È durato otto ore, mi hanno inserito due elettrodi nel cervello. Prima avevo dei blocchi al corpo praticamente totali. Ora non li ho più. Diventavo come un palo. Dopo l’intervento e le cure sono potuto tornare ad andare in bici.
Qual è il consiglio che vorresti dare alle persone che come te, soffrono del morbo di Parkinson?
Quello di non abbattersi mai. Ho scoperto di avere il Parkinson da parecchio, avevo solo 41 anni, oggi quasi sessanta. Avevo dei blocchi totali, non ero fermo a letto, ma mi venivano ogni tanto questi blocchi e in bici ero costretto a fermarmi.
I farmaci ti danno beneficio?
Prendo dei farmaci che mi aiutano, ma hanno anche delle controindicazioni, come ogni tanto la fatica di scandire bene le parole.
Lei ha affrontato la malattia con grande coraggio e non facendone mistero. Perchè?
E’ vero, l’ho accettata e resa pubblica. Non è certo facile, ci sono persone che si chiudono in casa e non escono più. Per tanti motivi, ma dico loro che non c’è da vergognarsi di niente. Io vado fuori a mangiare la pizza coi miei amici, a volte non riesco a camminare e mi devono aiutare loro.
Ho qualche momento di difficoltà, ma esco ugualmente. La gamba destra a volte non spinge, se non ce la faccio in cinque minuti ce la farò in dieci.

Fabiano, quali sono i suoi ricordi più belli vissuti con Marco Pantani?
Sono tanti. Mi ricordo il modo in cui mi fece coraggio dopo la tappa Frontignan la Peryade- Carpentras, al Tour de France del ’98. Quel giorno andai in crisi. La sera, io e lui eravamo seduti su una panchina davanti a un laghetto. Lui aveva ancora molti minuti di svantaggio dalla testa della classifica ma sembrava tranquillo. Gli dissi che mi volevo ritirare. Lui mi rispose in romagnolo “adess c’as divertèn tàt vut andè a cà? Te t’at rest a que, che da adess in pu s’a divertè (adesso che ci divertiamo ti vuoi andare a casa? Tu resti qua che da ora in poi iniziamo a divertirci)
Come riusciva a incoraggiarti nonostante fosse ancora così in svantaggio?
Perchè lui aveva già capito di avere le possibilità di vincere il Tour: mi ha dato una tale carica che da quel giorno in poi non sentivo più la fatica: andai così forte anche in salita anche se non era la mia specialità.


C’è un aggettivo per descriverlo?
Colpiva la sua semplicità. Un esempio: dopo il trionfo al Tour del 98, la Bianchi ci invitò tutti nella loro sede. A Marco regalarono un orologio firmato in oro, di una grande marca, con tanto di dedica scritta. Io gli dissi “cazzo, un vacheron” e lui mi risposte “ un va….che?”. Per dire quanto era semplice come ragazzo! In realtà, secondo me, conosceva benissimo quella marca di orologi.”

Lei ha terminato la carriera alla Mercatone Uno, cosa ha rappresentato questo Dream Team del ciclismo? Come è stata quest’avventura?
La squadra era costruita attorno a Pantani, ci si allenava tanto, noi romagnoli andavamo spesso a Cesenatico da Marco a prenderlo in macchina. Passava Martinelli (Il direttore sportivo) e andavamo da Pantani con le bici.
Quali erano le salite abituali per gli allenamenti?
Con Pantani si faceva spesso la zona di San Marino e il Carpegna. Quando eravamo in ritiro a Monte Del Re scalavamo la Futa e la Raticosa.
Avete mai fatto la salita del cane?
Certo, ma quello è uno strappo.
Qual era la salita che temeva di più?
Lui non temeva le salite. Mai sentito lamentarsi di una salita.
Secondo lei, dopo la morte di Luciano Pezzi, la squadra e Pantani ne hanno risentito?
“Pezzi era il nostro faro. Era lui che aveva creato una grande squadra attorno a Pantani. Solo per lui. Le nostre ambizioni personali erano scomparse un po’.
Ma simili traguardi erano stati prefissati?
“L’obbiettivo principale, nel ’98, era il Giro. Marco era già stato molto sfortunato nel ’97, nel 96 e nel 95. Poi , dopo la morte di Luciano Pezzi, abbiamo deciso di andare anche al Tour. “
La morte di Pezzi vi ha motivato ad andare in Francia?
Pantani non voleva andare al Tour. Ricordo che era un po’ di tempo che non si allenava. Poi, dopo la morte di Pezzi, ha cambiato idea. La squadra voleva farlo, tra l’altro.
Com’è strato quel Tour, ricordo quella foto sugli Champs-Élysées in cui tiene per mano Pantani. Cosa rappresenta per te quella foto e quella giornata?
“Quel giro d’onore agli Champs-Élysées
è stata la soddisfazione più bella della mia carriera.
Maggiore di quella di vincere una tappa?
Al giro ricordo particolarmente la vittoria della tappa Udine-Asiago, l’ultima l’ho vinta in squadra con Pantani. Mi ricordo che ci fu una fuga di venti-trenta corridori fin dall’inizio tappa. Li raggiunsi staccandomi dal mio gruppo. Quando ero in fuga diventai scalatore, mi trasformavo.
Com è stato il suo rapporto con Pantani?
“Il nostro era un bel rapporto , nelle competizioni nei circuiti a ingaggio mi portava sempre con lui. Abbiamo sempre avuto un buon rapporto. Siamo andati in vacanza insieme alle Seychelles, io ero con mia moglie e lui assieme a Cristina, che tra l’altro ho rincontrato recentemente. Uscivamo spesso tutti assieme”
Si sente di dire qualcosa in merito al trattamento subito da Pantani a Madonna di Campiglio?
Dico solo che Marco aveva portato tanto al ciclismo e occorreva forse tenerne più conto. La Mercatone Uno era entrata per lui, e Pantani aveva aumentato molto la visibilità della squadra e dell’intero movimento ciclistico, di conseguenza arrivavano più sponsor . In quel momento il ciclismo lo guardavano tutti, dal bambino fino alla vecchietta.”
E’ vero che quando vi allenavate, i tifosi vi seguivano a piedi o in bici?
Sempre. Anche coi motorini. Quando siamo andati in ritiro a Terracina avevamo sempre trenta cicloamatori che ci aspettavano davanti all’hotel. Sono stati bei momenti.
Lui ricevette sempre tanto affetto dalla gente anche dopo il ’99. La gente non lo aveva abbandonato e nemmeno il team.
Esatto. Andavamo a casa sua ad allenarci. Per noi era sempre Pantani, quello di Madonna di Campiglio è stato un episodio che solo lui non ha accettato. Noi volevamo andare avanti.”

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