Valerio era un ragazzo che era cresciuto in manicomio. Non vedente, diventò cieco durante la detenzione in manicomio. Legato per anni al letto con la scusa di proteggerlo. Ma quel ragazzino si fracassava la testa sbattendola per la disperazione di trovarsi in quella situazione. Di lui inizialmente si sapeva pochissimo. La sua vicenda è tra le più drammatiche del nostro territorio. Figlio di agricoltori, ultimo di cinque fratelli, quando aveva quattro anni si comportava in modo “strano” – non parlava e se qualcuno lo avvicinava scappava nei campi, rincasando solo quando non ci fossero intorno a lui più sconosciuti. Lo fecero visitare, e in quattro e quattr’otto lo fecero ricoverare all’Istituto Psico-pedagogico di Ficarolo, un centro che finì agli onori delle cronache per il trattamento riservato ai bambini ricoverati. “Una roccaforte di violenza”, descritta dalla dottoressa della commissione d’inchiesta come un luogo “da far invidia ai campi di concentramento” In quel luogo il giovane vi trascorse ben dieci anni, tutta la sua infanzia. Prima di entrare in quella struttura, Valerio non aveva problemi di vista, era un pupetto con due occhi vispi e paffuti. Quando arrivò all’autogestito Lolli, era non vedente, dopo anni legato al letto, tra Istituto Psicopedagogico e Osservanza. “Ritrovarlo in quelle condizioni per colpa di una disumanità istituzionale” – ricorda nel suo libro l’infermiere Giovanni Angioli – “una ferocia che non aveva scrupoli nemmeno nei confronti dei bambini, è cosa da vergognarsi.”
Il ragazzo, di diciotto anni, venne notato dal Dottor. Giorgio Antonucci, che si accorse che all’Osservanza vi era questo ragazzino che rimaneva legata al letto 24 ore su 24. Antonucci propose di portarlo all’Autogestito Lolli, primo reparto del territorio senza contenzioni.
“Inizialmente fu molto dura per tutti” – ricorda nelle pagine di La Chiave Comune, Giovanni Angioli – “il giovane non poteva essere perso di vista un attimo altrimenti si percuoteva con entrambe le mani, batteva la testa sul pavimento o contro il muro.” Poi, iniziano i lenti miglioramenti. All’interno dell’Autogestito Valerio non venne legato al letto un solo giorno. Iniziò a familiarizzare con gli altri, iniziando a tranquillizzarsi. Veniva aiutato a coricarsi e riusciva a dormire fino al mattino. Se si svegliava durante la notte, rimaneva nel letto cullandosi con una nenia, senza piu battere la testa. Giorno dopo giorno emergevano i miglioramenti del ragazzo. Lo staff dell’Autogestito prese contatto con la Lega del Filo d’Oro, che accolse Valerio a Osimo per due mesi. Inoltre venne avviato l’iter per accedere alla certificazione di invalidità – siccome – fatto vergognoso, Valerio fino a quel momento non percepiva nemmeno una pensione.
Inoltre, l’istinto materno di alcune ricoverate diede il meglio “si fecero carico anche loro del ragazzo, accompagnandolo fuori in giardino e spesso collaboravano con gli obbiettori nell’accudirlo e nel metterlo a letto la sera.”
Dopo le testimonianze raccontate da Giovanni Angioli, che videre Valerio ospite dell’Autogestito tra gli anni ottanta e gli anni novanta, fino a quando la struttura chiuse e gli ospiti vennero trasferiti in altre strutture del territorio, Valerio è deceduto all’età di circa 60 anni, qualche anno fa, dopo che il destino gli ha riservato un triste quanto crudele esistenza. Da lui prende il nome il “Progetto Valerio”, il percorso di chiusura dei manicomi nella città di Imola.⤵️IL SERVIZIO⤵️
Related posts
Cerca un articolo
Articoli Recenti
- Il Santerno e la piena del ’59 “Quel pomeriggio di un giorno da cani”
- Spazzate, ignoti tentano di dare fuoco a bombole del gas sul Sillaro
- Sassoleone, l’antenna 5G: nasce il Comitato di cittadini, via alla raccolta firme
- Imola, in manette truffatore di anziani, si era spacciato per il consulente di una gioielleria
- “Via Rondanina in condizioni mostruose” la denuncia di Francesco Grandi





